martedì 24 marzo 2009

l'umore è un burattino dai fili di stagno.

(maledetta) ventosa primavera

là dove la pianura strabuzza gli occhi e s'inarca spiegando le chilometriche membra

senza briglie scorrono treni come fremiti sovracutanei

come starnuti corrugano campi

drizzano i peli

al sole che dorme ubriaco

supino sui prati

che russa e che sbuffa al serpente a rotaie che gli guizza sul dorso

gonfio di laide formiche in giacche leggere



socchiudo le palpebre il pensiero s'inspessisce il sonno mi colpisce alle tempie.



dissoltasi l'eco del suono di certi tuoi modi di dire reputo utile gelarmi di nuovo nel tuo sguardo artico. prima o poi.



dimmelo tu cos'è successo che ho pianto così tanto da liquefarne il ricordo.



hmhm. Il concetto di Arte acquista significato solo se considerato come dualisticamente opposto al concetto di Vita, per cui ciò che è Vita non è Arte e ciò che è Arte non è Vita. Le avanguardie non preannunciano dunque la morte dell'arte nel senso convenzionale del termine, ma la morte del conflitto dialettico arte-vita: la morte perciò della Vita, e la sua completa sostituzione con l'Arte.

La spersonalizzazione della replica
la riproduzione
la serialità.
non c'è cosa che non sia come perduta fra inesorabili specchi
Il principio di non contraddizione s'è ubriacato senza rimedio.
L'indigeribile idea che ciò ch'è uguale è nello stesso tempo diverso, distinto. Il letto matrimoniale degli Opposti. La forca dei Paradossi. Il limite dell'Ideale. I mazzi di Ossimori sfioriscono sui davanzali.

giovedì 26 febbraio 2009

ritagliamoci i nostri spazi mescoliamoli a caso e facciamoci un collage surrealista da appendere in camera per scoppiare poi a ridere quando lo guarderemo fumati.
il freddo abbaia e a me mi si sbrinano i nervi.
fanculo

lunedì 5 gennaio 2009

d'un fiato partciù

l'incantesimo delle parallele ci ha guidato ignari, al di qua o al di là del fiume, coi polmoni zeppi di foglie secche. e le altre ancora sugli alberi color sangue che ridevano convulse degli ultimi soli. ho sparso i miei e i tuoi sguardi sul Po come fossero ceneri, anime arse da refrigerare. l'abbaglio di sentirsi più consistenti dei riflessi smaglianti della Grande Madre sull'acqua. ma che cosa ci resta dei temporali se non le pozzanghere. stasi.
metterti le lacrime tra le ruote.
giuro che se te ne vai così ti rubo la bicicletta,
se mi lasci così a stemperarmi sotto sta pioggerellina irritante snebbiata e svogliata mi metto a soffiare così forte da dileguare tutte le luci, da spazzare via i contorni dei portici;
e non mi fermerò finchè a forza di spolmonarmi non avrò sputato via anche l'ultimo dente, a cui hai già cavato molti dei pretesti per smagliarsi ancora in sorrisinutili
(poi giù a ricacciarmeli tutti dentro in ordine sparso, i dentacci, già mi vedo.)
esondiamo d'entusiasmo compagni
ci vediamo stasera, a saturare di fiato e di fumo l'aulatrè, e a fendere poi la bruma che ingrasserà nello spazio fra i nostri orecchi con parole arrugginite con parole maltagliate da lame corrose

e quando m'hai detto
hai presente quella foto famosa del maggio francese
veramente no
allora apri le gambe.

venerdì 26 dicembre 2008

d'un fiato pt1

Erano gli ultimi rugginosi goccioloni d’estate quelli che m’imperlavano la fronte le sere che t’afferravo per la manica e ti strattonavo e che puntandoti gli occhi ti sibilavo per favore sgusciamo via da sta città, dileguiamoci prima che mi sbrani davvero la voglia di disintegrarla sampietrino per sampietrino, senti mi devo sbollire, ho il pieno e mezza canna, andiamocene al mare. Tu aggrottando le sopracciglia brune scolavi il martinibianco, senza una smorfia smollavi il bicchiere sul bancone dietro i gomiti impassibili dei soliti, e in mezzo all’afa scialba di disocorsi riciclati m’hai detto andiamo.
montavamo sull’auto di mia madre e mi sentivo già meglio mano a mano che ci scostavamo dal maledetto bar della maledetta piazza del maledetto paese accelerando lisci sul grigiasfalto.
e gli addii che coltivavamo in segreto si fecero gabbiani a settembre, sfondarono le ante degli armadi in cui li tenevamo nascosti e ci sorvolarono, ci sfiorarono, c'incresparono l'anima. c'afferrarono per i capelli e ci sparpagliarono per il mondo scaraventandoci nei labirinti dei racconti di Borges. con gomitoli ryanair intesseremo reti di sogni virtuali su cui proiettare le nostre vite parallele. i'll be your mirror. i'll be your mirror. caro amico, carissimo amico t'ho scritto di sbieco l'italia ci sta sporcando di fango le scarpe nuove e non va bene per niente, occupare il 38 di via zamboni sarebbe un po' come manifestare in piazza tienanmen mi bruciano gli occhi a forza di tenerli aperti. bologna ristagna fuorifuoco come il residuo di un sogno appena usciti dalla stazione, e tondelli riesce sempre a sorprendermi e a camminarmi a fianco fino in piazza verdi. ed era troppo che non vedevo così tanto cielo tutto assieme. passerò un pomeriggio intero a respirare al ritmo del mare quando tornerò a casa. siamo sempre fuori a suonare.
ci scommetti, indosserò i miei migliori vestiti autunnali per arrancare manintasca d'affanno in stazione che come sempre sono in ritardo, io e poche cose infilate a caso nella custodia della chitarra. mi farò precipitare nello stomaco le ennesime tonnellate di binari ferrosi sbranati da un regionale snervante e atterrerò sui tuoi occhi, porta nuova sembrerà un'astronave.

domenica 28 settembre 2008

gli addii sono gabbiani

e la notte ci svegliò coi suoi singhiozzi, una tempesta vischiosa di lacrime nero pece.

a questa canzone ci teniamo particolarmente perchè parla di tutte quelle volte in cui
sembra non debba più smettere di piovere.

e si fa l'alba al di là dei finestrini dell'autobus per alicante. pensavo a quando ti dedicavo ogni caffè delle mattinate al liceo. e tutte le punte delle matite che spezzavo.
vedi? ce ne stiamo andando
tutti
come abbiamo sempre desiderato.
qualcosa legherà insieme, prima o poi, i lacci delle scarpe dei nostri destini, facendoci sbattere di nuovo l'uno contro l'altro.

questo posto dimmerda non ci dimenticherà mai

lunedì 14 luglio 2008

la misura dell'oceano

le mie ossa scomposte sono relitti sui fondali dei tuoi sguardi. i rami della nostra memoria lucidi stillano pioggia
da mesi ormai, da secoli ormai

e le gocce scavano le frane, le frane dei nostri giorni passati, cumuli di detriti e impressioni sabbiose ai notri piedi.
benzina a pennellate sull'asfalto, segna la strada da centochilometri, ma tu nullla, non mi vedi arrivare.
ti girasti di scatto verso il finestrino, gli occhi al cielo. s'accumulavano sopra di noi nuvole blande come cani stanchi, e mi dicesti
ma della pioggia c'è solo l'odore.