La pianura è un intervento a cielo aperto, e il regionale che mi riporta a casa è un bisturi impassibile che le squarcia il petto. E lei, sotto i ferri dei binari arroventati, tace al dolore; imperterrita cinge i fianchi e alita sul collo a chi la vive, ogni giorno. Ma io torno. I miei occhiali da sole s'ingoiano i chilometri che s'accumulano tra me e te. E il tuo odore viaggia con me, intride le tendine, la stoffa blu dei sediliscomodi. E' una ditata sui finestrini.
E' che se non smetto di ripensarci mi distruggerò le labbra.
Ti chiederei di appendermi al soffitto, o di stendermi a pennellate sul muro, perchè, non vedi? sto perdendo consistenza. Svaporo. Mi vedo scorrerti in rivoli giù dalla schiena, imperlarti le tempie di parole. Io sono sguardo, e nient'altro. Tutto il resto è sudore. Crampi allo stomaco e vene in piena, e stupore.
Finirò col devastarmi le labbra.
Mi manca il tuo spazzolino da denti, il succo d'ananas che non giro mai, tormentarti i capelli, il rumore delle ossa, l'alba dalla finestra di camera tua
scavarti mappe sulle guance e poi dirti
cercami
giovedì 30 luglio 2009
lunedì 13 aprile 2009
di quando la domenica i binari ci rigano le guance
ma continuerò a raschiare, a scrostare, a cercarglierlo un significato ai nostri umori smunti che come neve cadono sui fondi frastornati dei bicchieri, sotto le suole dei sabati sera ci sarà pur qualcosa, come sui colli delle bottiglie i nostri conti in sospeso, sui pollici la saliva, e sulle labbra la fame.
negli incubi passiamo giornate sbilenche come singhiozzo a cementarci le narici per non riconoscere i nostri odori e autoconvincerci più facilmente di non esserci accorti l'uno dell'altra.
negli incubi passiamo giornate sbilenche come singhiozzo a cementarci le narici per non riconoscere i nostri odori e autoconvincerci più facilmente di non esserci accorti l'uno dell'altra.
martedì 24 marzo 2009
(maledetta) ventosa primavera
là dove la pianura strabuzza gli occhi e s'inarca spiegando le chilometriche membra
senza briglie scorrono treni come fremiti sovracutanei
come starnuti corrugano campi
drizzano i peli
al sole che dorme ubriaco
supino sui prati
che russa e che sbuffa al serpente a rotaie che gli guizza sul dorso
gonfio di laide formiche in giacche leggere
socchiudo le palpebre il pensiero s'inspessisce il sonno mi colpisce alle tempie.
dissoltasi l'eco del suono di certi tuoi modi di dire reputo utile gelarmi di nuovo nel tuo sguardo artico. prima o poi.
dimmelo tu cos'è successo che ho pianto così tanto da liquefarne il ricordo.
hmhm. Il concetto di Arte acquista significato solo se considerato come dualisticamente opposto al concetto di Vita, per cui ciò che è Vita non è Arte e ciò che è Arte non è Vita. Le avanguardie non preannunciano dunque la morte dell'arte nel senso convenzionale del termine, ma la morte del conflitto dialettico arte-vita: la morte perciò della Vita, e la sua completa sostituzione con l'Arte.
La spersonalizzazione della replica
la riproduzione
la serialità.
non c'è cosa che non sia come perduta fra inesorabili specchi
Il principio di non contraddizione s'è ubriacato senza rimedio.
L'indigeribile idea che ciò ch'è uguale è nello stesso tempo diverso, distinto. Il letto matrimoniale degli Opposti. La forca dei Paradossi. Il limite dell'Ideale. I mazzi di Ossimori sfioriscono sui davanzali.
senza briglie scorrono treni come fremiti sovracutanei
come starnuti corrugano campi
drizzano i peli
al sole che dorme ubriaco
supino sui prati
che russa e che sbuffa al serpente a rotaie che gli guizza sul dorso
gonfio di laide formiche in giacche leggere
socchiudo le palpebre il pensiero s'inspessisce il sonno mi colpisce alle tempie.
dissoltasi l'eco del suono di certi tuoi modi di dire reputo utile gelarmi di nuovo nel tuo sguardo artico. prima o poi.
dimmelo tu cos'è successo che ho pianto così tanto da liquefarne il ricordo.
hmhm. Il concetto di Arte acquista significato solo se considerato come dualisticamente opposto al concetto di Vita, per cui ciò che è Vita non è Arte e ciò che è Arte non è Vita. Le avanguardie non preannunciano dunque la morte dell'arte nel senso convenzionale del termine, ma la morte del conflitto dialettico arte-vita: la morte perciò della Vita, e la sua completa sostituzione con l'Arte.
La spersonalizzazione della replica
la riproduzione
la serialità.
non c'è cosa che non sia come perduta fra inesorabili specchi
Il principio di non contraddizione s'è ubriacato senza rimedio.
L'indigeribile idea che ciò ch'è uguale è nello stesso tempo diverso, distinto. Il letto matrimoniale degli Opposti. La forca dei Paradossi. Il limite dell'Ideale. I mazzi di Ossimori sfioriscono sui davanzali.
giovedì 26 febbraio 2009
lunedì 5 gennaio 2009
d'un fiato partciù
l'incantesimo delle parallele ci ha guidato ignari, al di qua o al di là del fiume, coi polmoni zeppi di foglie secche. e le altre ancora sugli alberi color sangue che ridevano convulse degli ultimi soli. ho sparso i miei e i tuoi sguardi sul Po come fossero ceneri, anime arse da refrigerare. l'abbaglio di sentirsi più consistenti dei riflessi smaglianti della Grande Madre sull'acqua. ma che cosa ci resta dei temporali se non le pozzanghere. stasi.
metterti le lacrime tra le ruote.
giuro che se te ne vai così ti rubo la bicicletta,
se mi lasci così a stemperarmi sotto sta pioggerellina irritante snebbiata e svogliata mi metto a soffiare così forte da dileguare tutte le luci, da spazzare via i contorni dei portici;
e non mi fermerò finchè a forza di spolmonarmi non avrò sputato via anche l'ultimo dente, a cui hai già cavato molti dei pretesti per smagliarsi ancora in sorrisinutili
(poi giù a ricacciarmeli tutti dentro in ordine sparso, i dentacci, già mi vedo.)
esondiamo d'entusiasmo compagni
ci vediamo stasera, a saturare di fiato e di fumo l'aulatrè, e a fendere poi la bruma che ingrasserà nello spazio fra i nostri orecchi con parole arrugginite con parole maltagliate da lame corrose
e quando m'hai detto
hai presente quella foto famosa del maggio francese
veramente no
allora apri le gambe.
metterti le lacrime tra le ruote.
giuro che se te ne vai così ti rubo la bicicletta,
se mi lasci così a stemperarmi sotto sta pioggerellina irritante snebbiata e svogliata mi metto a soffiare così forte da dileguare tutte le luci, da spazzare via i contorni dei portici;
e non mi fermerò finchè a forza di spolmonarmi non avrò sputato via anche l'ultimo dente, a cui hai già cavato molti dei pretesti per smagliarsi ancora in sorrisinutili
(poi giù a ricacciarmeli tutti dentro in ordine sparso, i dentacci, già mi vedo.)
esondiamo d'entusiasmo compagni
ci vediamo stasera, a saturare di fiato e di fumo l'aulatrè, e a fendere poi la bruma che ingrasserà nello spazio fra i nostri orecchi con parole arrugginite con parole maltagliate da lame corrose
e quando m'hai detto
hai presente quella foto famosa del maggio francese
veramente no
allora apri le gambe.
venerdì 26 dicembre 2008
d'un fiato pt1
Erano gli ultimi rugginosi goccioloni d’estate quelli che m’imperlavano la fronte le sere che t’afferravo per la manica e ti strattonavo e che puntandoti gli occhi ti sibilavo per favore sgusciamo via da sta città, dileguiamoci prima che mi sbrani davvero la voglia di disintegrarla sampietrino per sampietrino, senti mi devo sbollire, ho il pieno e mezza canna, andiamocene al mare. Tu aggrottando le sopracciglia brune scolavi il martinibianco, senza una smorfia smollavi il bicchiere sul bancone dietro i gomiti impassibili dei soliti, e in mezzo all’afa scialba di disocorsi riciclati m’hai detto andiamo.
montavamo sull’auto di mia madre e mi sentivo già meglio mano a mano che ci scostavamo dal maledetto bar della maledetta piazza del maledetto paese accelerando lisci sul grigiasfalto.
e gli addii che coltivavamo in segreto si fecero gabbiani a settembre, sfondarono le ante degli armadi in cui li tenevamo nascosti e ci sorvolarono, ci sfiorarono, c'incresparono l'anima. c'afferrarono per i capelli e ci sparpagliarono per il mondo scaraventandoci nei labirinti dei racconti di Borges. con gomitoli ryanair intesseremo reti di sogni virtuali su cui proiettare le nostre vite parallele. i'll be your mirror. i'll be your mirror. caro amico, carissimo amico t'ho scritto di sbieco l'italia ci sta sporcando di fango le scarpe nuove e non va bene per niente, occupare il 38 di via zamboni sarebbe un po' come manifestare in piazza tienanmen mi bruciano gli occhi a forza di tenerli aperti. bologna ristagna fuorifuoco come il residuo di un sogno appena usciti dalla stazione, e tondelli riesce sempre a sorprendermi e a camminarmi a fianco fino in piazza verdi. ed era troppo che non vedevo così tanto cielo tutto assieme. passerò un pomeriggio intero a respirare al ritmo del mare quando tornerò a casa. siamo sempre fuori a suonare.
ci scommetti, indosserò i miei migliori vestiti autunnali per arrancare manintasca d'affanno in stazione che come sempre sono in ritardo, io e poche cose infilate a caso nella custodia della chitarra. mi farò precipitare nello stomaco le ennesime tonnellate di binari ferrosi sbranati da un regionale snervante e atterrerò sui tuoi occhi, porta nuova sembrerà un'astronave.
montavamo sull’auto di mia madre e mi sentivo già meglio mano a mano che ci scostavamo dal maledetto bar della maledetta piazza del maledetto paese accelerando lisci sul grigiasfalto.
e gli addii che coltivavamo in segreto si fecero gabbiani a settembre, sfondarono le ante degli armadi in cui li tenevamo nascosti e ci sorvolarono, ci sfiorarono, c'incresparono l'anima. c'afferrarono per i capelli e ci sparpagliarono per il mondo scaraventandoci nei labirinti dei racconti di Borges. con gomitoli ryanair intesseremo reti di sogni virtuali su cui proiettare le nostre vite parallele. i'll be your mirror. i'll be your mirror. caro amico, carissimo amico t'ho scritto di sbieco l'italia ci sta sporcando di fango le scarpe nuove e non va bene per niente, occupare il 38 di via zamboni sarebbe un po' come manifestare in piazza tienanmen mi bruciano gli occhi a forza di tenerli aperti. bologna ristagna fuorifuoco come il residuo di un sogno appena usciti dalla stazione, e tondelli riesce sempre a sorprendermi e a camminarmi a fianco fino in piazza verdi. ed era troppo che non vedevo così tanto cielo tutto assieme. passerò un pomeriggio intero a respirare al ritmo del mare quando tornerò a casa. siamo sempre fuori a suonare.
ci scommetti, indosserò i miei migliori vestiti autunnali per arrancare manintasca d'affanno in stazione che come sempre sono in ritardo, io e poche cose infilate a caso nella custodia della chitarra. mi farò precipitare nello stomaco le ennesime tonnellate di binari ferrosi sbranati da un regionale snervante e atterrerò sui tuoi occhi, porta nuova sembrerà un'astronave.
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