lunedì 13 settembre 2010
io sono una lattina
e ti sto in pugno mio malgrado, ma davvero, quattro dita attorno alla vita e una dietro a sfondarmi da mezzo la spina, mi diceva, e gli sentivo gli occhi viscidi, pesci rossi instupiditi con il muso contro la boccia, strisciarmi a sguardo umido poi fissare in alto a destra un punto a caso nel ghigno del cielo.
sabato 4 settembre 2010
"fossimo polvere saremmo più facilmente trasportabili"
A non crederci, ancora come due mesi fa, al di là dei finestrini la nostra fetta d'adriatico blu e bianca se la mangia il treno; il vetro unto la fa sembrare una vecchia istantanea sditazzata, di quelle coi volti d'aceto degli album di mia nonna. Due anni che il mio asse esistenziale s'è spostato tutto a Nord, a intersecare
pianure d'orzata,
vie sbieche prese contromano in bici senza freni,
langhe noccioli poi fiumi di quelli famosi che l'hai studiati da bambino sui sussidiari di geografia,
città-scenografie vissute-perforate in notturna dalla prospettiva speleologica dei baretti dei gondolieri,
ma senti come parli? voglio dare alla realtà l'ordine del tuo modo di pronunciare le cose, voglio ascoltarti parlare delle tue montagne come di formule magiche, accorgermi che hai acquisito i ritmi dei miei modi di dire, sai una cosa buffa, nel mio dizionario enciclopedico interiore la parola città è collegata in sinestesia ad un piano-ricordo in cui mio padre dice ad una me di otto anni - a occhi sgranati - su una terrazza - in cima ad un palazzone - di roma - vedi, città è quando ti guardi attorno e non ti arriva l'occhio dov'è la fine
Ti sfiderei a ribaltare a tua volta il mio asse esistenziale, a farmi cambiare le lettere da digitare in automatico sulle macchinette per i biglietti in stazione, a farmi cantilenare le nuove distanze che consumerò seduta scomoda su un regionale
perché ogni chilometro è una litania, una preghiera da recitare; è in metri quadrati che da anni misuro le assenze, le pagine da metterci un segno, le pagine da girare; I don't know where else I can go, ricordo che due anni fa per me la parola chiave era cambiare, chissà quale sarà la tua ora, ed io, io che me ne farò delle domeniche sera, e se i tuoi occhi fossero fucili sarebbe anche il caso di seppellirli ormai
pianure d'orzata,
vie sbieche prese contromano in bici senza freni,
langhe noccioli poi fiumi di quelli famosi che l'hai studiati da bambino sui sussidiari di geografia,
città-scenografie vissute-perforate in notturna dalla prospettiva speleologica dei baretti dei gondolieri,
ma senti come parli? voglio dare alla realtà l'ordine del tuo modo di pronunciare le cose, voglio ascoltarti parlare delle tue montagne come di formule magiche, accorgermi che hai acquisito i ritmi dei miei modi di dire, sai una cosa buffa, nel mio dizionario enciclopedico interiore la parola città è collegata in sinestesia ad un piano-ricordo in cui mio padre dice ad una me di otto anni - a occhi sgranati - su una terrazza - in cima ad un palazzone - di roma - vedi, città è quando ti guardi attorno e non ti arriva l'occhio dov'è la fine
Ti sfiderei a ribaltare a tua volta il mio asse esistenziale, a farmi cambiare le lettere da digitare in automatico sulle macchinette per i biglietti in stazione, a farmi cantilenare le nuove distanze che consumerò seduta scomoda su un regionale
perché ogni chilometro è una litania, una preghiera da recitare; è in metri quadrati che da anni misuro le assenze, le pagine da metterci un segno, le pagine da girare; I don't know where else I can go, ricordo che due anni fa per me la parola chiave era cambiare, chissà quale sarà la tua ora, ed io, io che me ne farò delle domeniche sera, e se i tuoi occhi fossero fucili sarebbe anche il caso di seppellirli ormai
mercoledì 26 maggio 2010
waiting for my man. per prefabbrica, IV forse numero di Idioteca.
Erano i capei d'oro a l'aura sparsi, e le cicche sul lavandino; la luce scrostata delle sei del mattino sui panni mezz'ammuffiti ammucchiati nel secchio, lo spazzolino da denti fra le cicche e Laura allo specchio. Le braccia tese sotto l'acqua corrente, s'insaponava le mani, svelta, due macigni d'occhiaie a pesarle sugli zigomi; città intera sui tacchi s'era fatta, di corsa, a rovinarsi le caviglie. Un'idiota, restare a ballare fino a quell'ora, col turno al bar a colazione alle 7 a.m., ma Francesco, al meraviglioso Francesco non si poteva resistere; si guardava allo specchio e aveva fisso Francesco, sorriso splendido, coi riccetti da borgata, d'altri tempi, davvero d'altri tempi quel moretto col camicino radical che qualche giorno prima, al bancone, le aveva infilato un foglino col numero di cellulare sotto la tazzina di caffè che lei gl'aveva servito. Bustina di zucchero intatta, dieci punti: le era piaciuto subito, e via a non capirci più nulla e farsi salire le voglie come allergia in quel maggio maledetto, col caldo tardoprimaverile, euforico, che spesso e volentieri la soffiava leggera nell'aria come polline poi le faceva andare di traverso i soli, le lune e le galassie pure, e la sbatteva a terra in down da endorfine, smusata, senza forze.
Ma quella sera Laura biondissima era fantastica, e c'aveva messo un'infinità a vestirsitruccasi, a edificarsi, prodursi, confezionarsi con la minuzia di una catena di montaggio, hey shuga, take a walk on the wild side, dovevate vederla, uno schianto, altrochè, e aveva ballato davanti allo specchio, e aveva pensato che la gonna nuova le faceva un bel culo davvero, e aveva bevuto limoncello a collo dalla bottiglia mezzo scolata dell'altra notte, quella notte da disperarsi che era arrivato Giulio, il post-bohemièn malandato from the hills dell'entroterra, che ci aveva messo delle ore a baciarla e bimbo sei carino, ho capito che vuoi andare a vivere a Londra ma io c'ho poca pazienza, il tuo accento è agghiacciante e insomma doo do doo do doo do do doo cantava, ballava, si venerava estasiata allo specchio impolverato e che intimo ragazzi, faceva una sorsata e pensava a Giulio, che poi andarci a letto non era stato così terribile, un'altra sorsata e pensava a Francesco, bellissimo, che chissà se avrebbe rimesso il camicino radical bianco, quella sera, e alla fine se n'era uscita di casa a bottiglia finita già traballante sui tacchi, she said hey babe, sbraitava al buio chiaro e aromatico di maggio, take a walk on the wild side...
E si faceva giorno sugli asciugamani e sul posacenere rovesciato, sui trucchi, sui capei d'oro e sul viso di laura, sfinito, floscio come una ragnatela; laura trasognata ancora, che si sciacquava le mani, chiudeva il rubinetto e prendeva a struccarsi. S'annusava e si gustava Francesco, se lo sentiva ancora sul collo, sul collo e sul culo, altro che radical, altro che romantico Francesco irresistibile, e chissà a che punto della serata era stato che Pierpaolo le aveva passato una mano fra i capelli e lei si era girata, scordandosi di Francesco, e a Pierpaolo si sa, non si resiste, e neanche al suo bel vizio di riempirla di drink e complimenti; idiota che era, tornata a casa a quell'ora, manco mezz'oretta avrebbe potuto chiudere occhio, e con le caviglie dissestate poi, tacchi maledetti, sei ore filate al bancone sarebbero state un inferno, o me 'mmazzo o me sparo, pensava, come diceva suo nonno. Pensava anche, ghignando, che ai masters del bar davvero non sapeva più come spiegare per quale motivo alla volte zoppicasse, e giù a inventarsi tendiniti, vecchie fratture, e stavolta, già, stavolta sarebbe stata colpa delle scarpe da tennis nuove; e pensava anche, togliendosi la canottierina nera, che era ora, ora scossa di una aggiustatina ai peli sul petto, ma doveva spicciarsi, perciò svelta col rasoio si ripassava il mento, e le guance. La luce era ormai nitida sulla parrucca bionda gettata nel lavandino e Laura sbattutasi la porta alle spalle incespicava per le scale e rincorreva zoppicando il bus delle seiecinquanta del mattino.
Ma quella sera Laura biondissima era fantastica, e c'aveva messo un'infinità a vestirsitruccasi, a edificarsi, prodursi, confezionarsi con la minuzia di una catena di montaggio, hey shuga, take a walk on the wild side, dovevate vederla, uno schianto, altrochè, e aveva ballato davanti allo specchio, e aveva pensato che la gonna nuova le faceva un bel culo davvero, e aveva bevuto limoncello a collo dalla bottiglia mezzo scolata dell'altra notte, quella notte da disperarsi che era arrivato Giulio, il post-bohemièn malandato from the hills dell'entroterra, che ci aveva messo delle ore a baciarla e bimbo sei carino, ho capito che vuoi andare a vivere a Londra ma io c'ho poca pazienza, il tuo accento è agghiacciante e insomma doo do doo do doo do do doo cantava, ballava, si venerava estasiata allo specchio impolverato e che intimo ragazzi, faceva una sorsata e pensava a Giulio, che poi andarci a letto non era stato così terribile, un'altra sorsata e pensava a Francesco, bellissimo, che chissà se avrebbe rimesso il camicino radical bianco, quella sera, e alla fine se n'era uscita di casa a bottiglia finita già traballante sui tacchi, she said hey babe, sbraitava al buio chiaro e aromatico di maggio, take a walk on the wild side...
E si faceva giorno sugli asciugamani e sul posacenere rovesciato, sui trucchi, sui capei d'oro e sul viso di laura, sfinito, floscio come una ragnatela; laura trasognata ancora, che si sciacquava le mani, chiudeva il rubinetto e prendeva a struccarsi. S'annusava e si gustava Francesco, se lo sentiva ancora sul collo, sul collo e sul culo, altro che radical, altro che romantico Francesco irresistibile, e chissà a che punto della serata era stato che Pierpaolo le aveva passato una mano fra i capelli e lei si era girata, scordandosi di Francesco, e a Pierpaolo si sa, non si resiste, e neanche al suo bel vizio di riempirla di drink e complimenti; idiota che era, tornata a casa a quell'ora, manco mezz'oretta avrebbe potuto chiudere occhio, e con le caviglie dissestate poi, tacchi maledetti, sei ore filate al bancone sarebbero state un inferno, o me 'mmazzo o me sparo, pensava, come diceva suo nonno. Pensava anche, ghignando, che ai masters del bar davvero non sapeva più come spiegare per quale motivo alla volte zoppicasse, e giù a inventarsi tendiniti, vecchie fratture, e stavolta, già, stavolta sarebbe stata colpa delle scarpe da tennis nuove; e pensava anche, togliendosi la canottierina nera, che era ora, ora scossa di una aggiustatina ai peli sul petto, ma doveva spicciarsi, perciò svelta col rasoio si ripassava il mento, e le guance. La luce era ormai nitida sulla parrucca bionda gettata nel lavandino e Laura sbattutasi la porta alle spalle incespicava per le scale e rincorreva zoppicando il bus delle seiecinquanta del mattino.
mercoledì 17 febbraio 2010
gigantografie di palmi di mani
fenomenologia delle chiusure lampo. farfugliare discorsi importanti ai bottoni mentre li infili nelle asole. la mattina quando ti vesti. se le parole sfiatassero dalle dita. finalmente. darei un nome ad ognuno dei tuoi denti sai. spiegarti che esisto solo io ma questo non fa di me un egoista anzi. il potere politico lo darei agli apostrofi e alla vocali aperte. bersi il valore delle cose con quel liquore al carciofo che ha un nome strano. cara polvere che rimani sulla patente. cambiare lingua e dirti sempre cose nuove. il tuo modo strano di guardarmi arrivare. riscuotersi. rimestolarsi.
venerdì 25 dicembre 2009
testabianca
Colpo d'ala scardina le labbra, colpo d'ala e nella gola m'esplode la saliva, m'arriva alle orecchie. A friggermi le guance lo sfogo dei capillari. Ora tende le ali a lama, alto nel cielo di sabbia, ed io, io serro i pugni finché i palmi non cedono alla spinta delle unghie; è un ghigno di crampi il suo planare, di sforzi e smorfie e piume sporche in stagno muscolare. Fuggire, devo correre, calciarmi via di qui, svelto, ma le gambe sono pietra sono fatto di pietra e ormai è a picco su di me il suo sguardo affilato. Precipita di schianto, s'allarga a macchia d'olio la sua ombra al suolo. Io brillo di sudore, il battito sfrenato mi sfonda la bocca dello stomaco e no, non credo di avere argini abbastanza robusti per fermare la piena delle vene. Il dolore non esiste non esiste il male ma il panico m'imperla il collo, mi scorre in rivoli dai palmi per i polsi ed eccolo, colpo d'ala, è a un palmo da me, il becco spalancato, arriva. Incollo le palpebre, alla fine mi sfiora la testa mi straccia il respiro non mi è addosso mi giro. E' in terra, saldo con gli artigli. Davanti, qualcosa. Carne livida tutta un sussulto di piaghe bluastre e rossoscuro. Un torsolo d'uomo, le caviglie scorticate, e brividi a increspare la pelle fosca, fina fina su polpacci e cosce turgide. Le ossa del bacino vette brulle sul ventre cavo. I vuoti e i pieni del costato virano in avambracci spolpati, polsi imbrattati, e dita inzaccherate di terra. Testabianca spalanca il becco, il corpo steso della preda rattrappisce per sottrarsi, d'istinto mi sfrego la lingua sui denti e gli occhi mi si fanno lucidi di fame. Sfavillante fame. Voltarmi, svoltare, non voglio guardare, è che lo stomaco m'incalza, mi strattona, mi spintona in avanti. Colpo d'ala, Testabianca s'avventa su quegl'avanzi d'uomo in terra e io mi trovo madido e tremante a mordere feroce il cuscino sudato. Che sogno di merda, penso e ficco fronte e naso nell'incavo del gomito sinistro. Bofonchio una bestemmia impastata e scatto a pancia in sù. Son sempre stato convinto che chiunque soffra d'insonnia nel tempo s' inventi dei modi suoi per gestirla. Delle scatole interiori in cui infilare tutto quel rovistare tachicardico d'occhi nel buio, una convenzione personale per quantificare quel rigirarsi interminabile in ore di lana infeltrita. Buon per loro, io son ben lungi dal riuscirci. Me ne sto a mollo coi tictic delle lancette e il bieco luccichio delle spie luminose della radiosveglia e del vecchio stereo. A farmi scartavetrare dal nulla fino a sentirmi notte su notte.
domenica 18 ottobre 2009
per Idioteca. Rivista di indagine, creatività, visioni. Numero speciale per Animalogica, Bologna synth meeting.
FAST FORWARD
francesca, i tuoi martìri - stasera ce li scordiamo, stasera - te li strappo via coi denti - come il filtro della Pall Mall che t'accendi - con scatto di nervi - veloce - mentre io guido - raggomitolato - sul volante - gli occhi due grinze - che se no non ci vedo - che fuori è il nubifragio - sporco - fitto - un diluvio - scrosciante - di piogga luci cattivi odori - è la città - senzacontorni - che ci s'abbatte contro - e fila via - fast forward - dai finestrini - insieme al pacchetto - vuoto - che strizzi in pugno - e lanci fuori. E il tuo odore - nell'abitacolo della punto - è miele - è spugna - è una ditata sul vetro - è fosco è aguzzo - è condensa - sul parabrezza, è violenza - il temporale - e io - mi sento un po' - come quegli eroi - in endecasillabi aggrovigliati - sdruccioli - in fuga - con te - a sfidare - a schivare - mostrigrotteschi - gli autovelox - spenti - le volanti - agli angoli - gli alcool test i droga test - zeropuntozero - quasi una condizione esistenziale - e chissà perchè - mi sono lasciato convincere - da te - stasera - a calciare via il mio senno su una qualche luna sintetica - da te - e da due grammi - di metanfetamina - manco bianca - marroncina - da te - che mi chiedi - che canzone è - idioteque - radiohead. Until I burst - until i burst - tergicristalli scandiscono i guizzi di sguardi - schiocchi di code d'occhi - sguiscia la mano alla tasca - porti il cellulare al lobo destro - "per strada" - "l'uscita" - "Calcinelli?" - mi smani un colpo sul braccio - "gira qua gira, esci" - e porcodio ora me lo dici - pesto sul freno scalo in seconda gran strattonata al volante - alle spalle - i plumbei chilometri di superstrada, di fronte - il ventre nero dell'appennino - "ma poi che mettono stasera" - "tekno francese". Per me si va tra la perduta gente - "ma da qui come si arriva lo sai?" - via di corsa dalla città dolente - "fermiamoci, aspetto che mi chiamino" - accosto - ed ora è il buio a scrosciarci addosso - acquazzone impenetrabile - "e intanto che aspetti..." - ma hai già capito - ti frughi nel reggiseno - la stagnolina - la patente presa tre mesi fa - e il mio quadernino. MezzoGrammo - Francesca, i tuoi martìri - ti scavano le guance - antichi versi - le vene dei tuoi polsi - AltroMezzo - ma quant'è che non dormi - quant'è che non mangi - e non è che voglia fare - il Battisti di turno - il sentimentale - "ancora non ti chiamano? voglio vedere come cazzo ci arriviamo..." - strizzo gli occhi - dorso della mano alle narici - e noi fottuti naufraghi - incagliati - al bordo di una provinciale qualsiasi - nel buco del culo - d'un sabato - impossibile - TerzoMezzo - sfoglio le pagine - d'occhiaie e rimmel - sotto agl'occhi - tuoi acquei - e la pioggia - nera noia - quel che resta - esistenza - in fast forward - come vorrei - io e te - in eterno - soffiati via - dalla tempesta - un eterno - congelare - QuartoMezzo - il respiro - s'inspessisce - mi colpisce - alle tempie - e caddi come corpo morto cade.
francesca, i tuoi martìri - stasera ce li scordiamo, stasera - te li strappo via coi denti - come il filtro della Pall Mall che t'accendi - con scatto di nervi - veloce - mentre io guido - raggomitolato - sul volante - gli occhi due grinze - che se no non ci vedo - che fuori è il nubifragio - sporco - fitto - un diluvio - scrosciante - di piogga luci cattivi odori - è la città - senzacontorni - che ci s'abbatte contro - e fila via - fast forward - dai finestrini - insieme al pacchetto - vuoto - che strizzi in pugno - e lanci fuori. E il tuo odore - nell'abitacolo della punto - è miele - è spugna - è una ditata sul vetro - è fosco è aguzzo - è condensa - sul parabrezza, è violenza - il temporale - e io - mi sento un po' - come quegli eroi - in endecasillabi aggrovigliati - sdruccioli - in fuga - con te - a sfidare - a schivare - mostrigrotteschi - gli autovelox - spenti - le volanti - agli angoli - gli alcool test i droga test - zeropuntozero - quasi una condizione esistenziale - e chissà perchè - mi sono lasciato convincere - da te - stasera - a calciare via il mio senno su una qualche luna sintetica - da te - e da due grammi - di metanfetamina - manco bianca - marroncina - da te - che mi chiedi - che canzone è - idioteque - radiohead. Until I burst - until i burst - tergicristalli scandiscono i guizzi di sguardi - schiocchi di code d'occhi - sguiscia la mano alla tasca - porti il cellulare al lobo destro - "per strada" - "l'uscita" - "Calcinelli?" - mi smani un colpo sul braccio - "gira qua gira, esci" - e porcodio ora me lo dici - pesto sul freno scalo in seconda gran strattonata al volante - alle spalle - i plumbei chilometri di superstrada, di fronte - il ventre nero dell'appennino - "ma poi che mettono stasera" - "tekno francese". Per me si va tra la perduta gente - "ma da qui come si arriva lo sai?" - via di corsa dalla città dolente - "fermiamoci, aspetto che mi chiamino" - accosto - ed ora è il buio a scrosciarci addosso - acquazzone impenetrabile - "e intanto che aspetti..." - ma hai già capito - ti frughi nel reggiseno - la stagnolina - la patente presa tre mesi fa - e il mio quadernino. MezzoGrammo - Francesca, i tuoi martìri - ti scavano le guance - antichi versi - le vene dei tuoi polsi - AltroMezzo - ma quant'è che non dormi - quant'è che non mangi - e non è che voglia fare - il Battisti di turno - il sentimentale - "ancora non ti chiamano? voglio vedere come cazzo ci arriviamo..." - strizzo gli occhi - dorso della mano alle narici - e noi fottuti naufraghi - incagliati - al bordo di una provinciale qualsiasi - nel buco del culo - d'un sabato - impossibile - TerzoMezzo - sfoglio le pagine - d'occhiaie e rimmel - sotto agl'occhi - tuoi acquei - e la pioggia - nera noia - quel che resta - esistenza - in fast forward - come vorrei - io e te - in eterno - soffiati via - dalla tempesta - un eterno - congelare - QuartoMezzo - il respiro - s'inspessisce - mi colpisce - alle tempie - e caddi come corpo morto cade.
giovedì 30 luglio 2009
"è la vita, è che siamo stelle, è che siamo miseri"
La pianura è un intervento a cielo aperto, e il regionale che mi riporta a casa è un bisturi impassibile che le squarcia il petto. E lei, sotto i ferri dei binari arroventati, tace al dolore; imperterrita cinge i fianchi e alita sul collo a chi la vive, ogni giorno. Ma io torno. I miei occhiali da sole s'ingoiano i chilometri che s'accumulano tra me e te. E il tuo odore viaggia con me, intride le tendine, la stoffa blu dei sediliscomodi. E' una ditata sui finestrini.
E' che se non smetto di ripensarci mi distruggerò le labbra.
Ti chiederei di appendermi al soffitto, o di stendermi a pennellate sul muro, perchè, non vedi? sto perdendo consistenza. Svaporo. Mi vedo scorrerti in rivoli giù dalla schiena, imperlarti le tempie di parole. Io sono sguardo, e nient'altro. Tutto il resto è sudore. Crampi allo stomaco e vene in piena, e stupore.
Finirò col devastarmi le labbra.
Mi manca il tuo spazzolino da denti, il succo d'ananas che non giro mai, tormentarti i capelli, il rumore delle ossa, l'alba dalla finestra di camera tua
scavarti mappe sulle guance e poi dirti
cercami
E' che se non smetto di ripensarci mi distruggerò le labbra.
Ti chiederei di appendermi al soffitto, o di stendermi a pennellate sul muro, perchè, non vedi? sto perdendo consistenza. Svaporo. Mi vedo scorrerti in rivoli giù dalla schiena, imperlarti le tempie di parole. Io sono sguardo, e nient'altro. Tutto il resto è sudore. Crampi allo stomaco e vene in piena, e stupore.
Finirò col devastarmi le labbra.
Mi manca il tuo spazzolino da denti, il succo d'ananas che non giro mai, tormentarti i capelli, il rumore delle ossa, l'alba dalla finestra di camera tua
scavarti mappe sulle guance e poi dirti
cercami
lunedì 13 aprile 2009
di quando la domenica i binari ci rigano le guance
ma continuerò a raschiare, a scrostare, a cercarglierlo un significato ai nostri umori smunti che come neve cadono sui fondi frastornati dei bicchieri, sotto le suole dei sabati sera ci sarà pur qualcosa, come sui colli delle bottiglie i nostri conti in sospeso, sui pollici la saliva, e sulle labbra la fame.
negli incubi passiamo giornate sbilenche come singhiozzo a cementarci le narici per non riconoscere i nostri odori e autoconvincerci più facilmente di non esserci accorti l'uno dell'altra.
negli incubi passiamo giornate sbilenche come singhiozzo a cementarci le narici per non riconoscere i nostri odori e autoconvincerci più facilmente di non esserci accorti l'uno dell'altra.
martedì 24 marzo 2009
(maledetta) ventosa primavera
là dove la pianura strabuzza gli occhi e s'inarca spiegando le chilometriche membra
senza briglie scorrono treni come fremiti sovracutanei
come starnuti corrugano campi
drizzano i peli
al sole che dorme ubriaco
supino sui prati
che russa e che sbuffa al serpente a rotaie che gli guizza sul dorso
gonfio di laide formiche in giacche leggere
socchiudo le palpebre il pensiero s'inspessisce il sonno mi colpisce alle tempie.
dissoltasi l'eco del suono di certi tuoi modi di dire reputo utile gelarmi di nuovo nel tuo sguardo artico. prima o poi.
dimmelo tu cos'è successo che ho pianto così tanto da liquefarne il ricordo.
hmhm. Il concetto di Arte acquista significato solo se considerato come dualisticamente opposto al concetto di Vita, per cui ciò che è Vita non è Arte e ciò che è Arte non è Vita. Le avanguardie non preannunciano dunque la morte dell'arte nel senso convenzionale del termine, ma la morte del conflitto dialettico arte-vita: la morte perciò della Vita, e la sua completa sostituzione con l'Arte.
La spersonalizzazione della replica
la riproduzione
la serialità.
non c'è cosa che non sia come perduta fra inesorabili specchi
Il principio di non contraddizione s'è ubriacato senza rimedio.
L'indigeribile idea che ciò ch'è uguale è nello stesso tempo diverso, distinto. Il letto matrimoniale degli Opposti. La forca dei Paradossi. Il limite dell'Ideale. I mazzi di Ossimori sfioriscono sui davanzali.
senza briglie scorrono treni come fremiti sovracutanei
come starnuti corrugano campi
drizzano i peli
al sole che dorme ubriaco
supino sui prati
che russa e che sbuffa al serpente a rotaie che gli guizza sul dorso
gonfio di laide formiche in giacche leggere
socchiudo le palpebre il pensiero s'inspessisce il sonno mi colpisce alle tempie.
dissoltasi l'eco del suono di certi tuoi modi di dire reputo utile gelarmi di nuovo nel tuo sguardo artico. prima o poi.
dimmelo tu cos'è successo che ho pianto così tanto da liquefarne il ricordo.
hmhm. Il concetto di Arte acquista significato solo se considerato come dualisticamente opposto al concetto di Vita, per cui ciò che è Vita non è Arte e ciò che è Arte non è Vita. Le avanguardie non preannunciano dunque la morte dell'arte nel senso convenzionale del termine, ma la morte del conflitto dialettico arte-vita: la morte perciò della Vita, e la sua completa sostituzione con l'Arte.
La spersonalizzazione della replica
la riproduzione
la serialità.
non c'è cosa che non sia come perduta fra inesorabili specchi
Il principio di non contraddizione s'è ubriacato senza rimedio.
L'indigeribile idea che ciò ch'è uguale è nello stesso tempo diverso, distinto. Il letto matrimoniale degli Opposti. La forca dei Paradossi. Il limite dell'Ideale. I mazzi di Ossimori sfioriscono sui davanzali.
giovedì 26 febbraio 2009
lunedì 5 gennaio 2009
d'un fiato partciù
l'incantesimo delle parallele ci ha guidato ignari, al di qua o al di là del fiume, coi polmoni zeppi di foglie secche. e le altre ancora sugli alberi color sangue che ridevano convulse degli ultimi soli. ho sparso i miei e i tuoi sguardi sul Po come fossero ceneri, anime arse da refrigerare. l'abbaglio di sentirsi più consistenti dei riflessi smaglianti della Grande Madre sull'acqua. ma che cosa ci resta dei temporali se non le pozzanghere. stasi.
metterti le lacrime tra le ruote.
giuro che se te ne vai così ti rubo la bicicletta,
se mi lasci così a stemperarmi sotto sta pioggerellina irritante snebbiata e svogliata mi metto a soffiare così forte da dileguare tutte le luci, da spazzare via i contorni dei portici;
e non mi fermerò finchè a forza di spolmonarmi non avrò sputato via anche l'ultimo dente, a cui hai già cavato molti dei pretesti per smagliarsi ancora in sorrisinutili
(poi giù a ricacciarmeli tutti dentro in ordine sparso, i dentacci, già mi vedo.)
esondiamo d'entusiasmo compagni
ci vediamo stasera, a saturare di fiato e di fumo l'aulatrè, e a fendere poi la bruma che ingrasserà nello spazio fra i nostri orecchi con parole arrugginite con parole maltagliate da lame corrose
e quando m'hai detto
hai presente quella foto famosa del maggio francese
veramente no
allora apri le gambe.
metterti le lacrime tra le ruote.
giuro che se te ne vai così ti rubo la bicicletta,
se mi lasci così a stemperarmi sotto sta pioggerellina irritante snebbiata e svogliata mi metto a soffiare così forte da dileguare tutte le luci, da spazzare via i contorni dei portici;
e non mi fermerò finchè a forza di spolmonarmi non avrò sputato via anche l'ultimo dente, a cui hai già cavato molti dei pretesti per smagliarsi ancora in sorrisinutili
(poi giù a ricacciarmeli tutti dentro in ordine sparso, i dentacci, già mi vedo.)
esondiamo d'entusiasmo compagni
ci vediamo stasera, a saturare di fiato e di fumo l'aulatrè, e a fendere poi la bruma che ingrasserà nello spazio fra i nostri orecchi con parole arrugginite con parole maltagliate da lame corrose
e quando m'hai detto
hai presente quella foto famosa del maggio francese
veramente no
allora apri le gambe.
venerdì 26 dicembre 2008
d'un fiato pt1
Erano gli ultimi rugginosi goccioloni d’estate quelli che m’imperlavano la fronte le sere che t’afferravo per la manica e ti strattonavo e che puntandoti gli occhi ti sibilavo per favore sgusciamo via da sta città, dileguiamoci prima che mi sbrani davvero la voglia di disintegrarla sampietrino per sampietrino, senti mi devo sbollire, ho il pieno e mezza canna, andiamocene al mare. Tu aggrottando le sopracciglia brune scolavi il martinibianco, senza una smorfia smollavi il bicchiere sul bancone dietro i gomiti impassibili dei soliti, e in mezzo all’afa scialba di disocorsi riciclati m’hai detto andiamo.
montavamo sull’auto di mia madre e mi sentivo già meglio mano a mano che ci scostavamo dal maledetto bar della maledetta piazza del maledetto paese accelerando lisci sul grigiasfalto.
e gli addii che coltivavamo in segreto si fecero gabbiani a settembre, sfondarono le ante degli armadi in cui li tenevamo nascosti e ci sorvolarono, ci sfiorarono, c'incresparono l'anima. c'afferrarono per i capelli e ci sparpagliarono per il mondo scaraventandoci nei labirinti dei racconti di Borges. con gomitoli ryanair intesseremo reti di sogni virtuali su cui proiettare le nostre vite parallele. i'll be your mirror. i'll be your mirror. caro amico, carissimo amico t'ho scritto di sbieco l'italia ci sta sporcando di fango le scarpe nuove e non va bene per niente, occupare il 38 di via zamboni sarebbe un po' come manifestare in piazza tienanmen mi bruciano gli occhi a forza di tenerli aperti. bologna ristagna fuorifuoco come il residuo di un sogno appena usciti dalla stazione, e tondelli riesce sempre a sorprendermi e a camminarmi a fianco fino in piazza verdi. ed era troppo che non vedevo così tanto cielo tutto assieme. passerò un pomeriggio intero a respirare al ritmo del mare quando tornerò a casa. siamo sempre fuori a suonare.
ci scommetti, indosserò i miei migliori vestiti autunnali per arrancare manintasca d'affanno in stazione che come sempre sono in ritardo, io e poche cose infilate a caso nella custodia della chitarra. mi farò precipitare nello stomaco le ennesime tonnellate di binari ferrosi sbranati da un regionale snervante e atterrerò sui tuoi occhi, porta nuova sembrerà un'astronave.
montavamo sull’auto di mia madre e mi sentivo già meglio mano a mano che ci scostavamo dal maledetto bar della maledetta piazza del maledetto paese accelerando lisci sul grigiasfalto.
e gli addii che coltivavamo in segreto si fecero gabbiani a settembre, sfondarono le ante degli armadi in cui li tenevamo nascosti e ci sorvolarono, ci sfiorarono, c'incresparono l'anima. c'afferrarono per i capelli e ci sparpagliarono per il mondo scaraventandoci nei labirinti dei racconti di Borges. con gomitoli ryanair intesseremo reti di sogni virtuali su cui proiettare le nostre vite parallele. i'll be your mirror. i'll be your mirror. caro amico, carissimo amico t'ho scritto di sbieco l'italia ci sta sporcando di fango le scarpe nuove e non va bene per niente, occupare il 38 di via zamboni sarebbe un po' come manifestare in piazza tienanmen mi bruciano gli occhi a forza di tenerli aperti. bologna ristagna fuorifuoco come il residuo di un sogno appena usciti dalla stazione, e tondelli riesce sempre a sorprendermi e a camminarmi a fianco fino in piazza verdi. ed era troppo che non vedevo così tanto cielo tutto assieme. passerò un pomeriggio intero a respirare al ritmo del mare quando tornerò a casa. siamo sempre fuori a suonare.
ci scommetti, indosserò i miei migliori vestiti autunnali per arrancare manintasca d'affanno in stazione che come sempre sono in ritardo, io e poche cose infilate a caso nella custodia della chitarra. mi farò precipitare nello stomaco le ennesime tonnellate di binari ferrosi sbranati da un regionale snervante e atterrerò sui tuoi occhi, porta nuova sembrerà un'astronave.
domenica 28 settembre 2008
gli addii sono gabbiani
e la notte ci svegliò coi suoi singhiozzi, una tempesta vischiosa di lacrime nero pece.
a questa canzone ci teniamo particolarmente perchè parla di tutte quelle volte in cui
sembra non debba più smettere di piovere.
e si fa l'alba al di là dei finestrini dell'autobus per alicante. pensavo a quando ti dedicavo ogni caffè delle mattinate al liceo. e tutte le punte delle matite che spezzavo.
vedi? ce ne stiamo andando
tutti
come abbiamo sempre desiderato.
qualcosa legherà insieme, prima o poi, i lacci delle scarpe dei nostri destini, facendoci sbattere di nuovo l'uno contro l'altro.
questo posto dimmerda non ci dimenticherà mai
a questa canzone ci teniamo particolarmente perchè parla di tutte quelle volte in cui
sembra non debba più smettere di piovere.
e si fa l'alba al di là dei finestrini dell'autobus per alicante. pensavo a quando ti dedicavo ogni caffè delle mattinate al liceo. e tutte le punte delle matite che spezzavo.
vedi? ce ne stiamo andando
tutti
come abbiamo sempre desiderato.
qualcosa legherà insieme, prima o poi, i lacci delle scarpe dei nostri destini, facendoci sbattere di nuovo l'uno contro l'altro.
questo posto dimmerda non ci dimenticherà mai
lunedì 14 luglio 2008
la misura dell'oceano
le mie ossa scomposte sono relitti sui fondali dei tuoi sguardi. i rami della nostra memoria lucidi stillano pioggia
da mesi ormai, da secoli ormai
e le gocce scavano le frane, le frane dei nostri giorni passati, cumuli di detriti e impressioni sabbiose ai notri piedi.
benzina a pennellate sull'asfalto, segna la strada da centochilometri, ma tu nullla, non mi vedi arrivare.
ti girasti di scatto verso il finestrino, gli occhi al cielo. s'accumulavano sopra di noi nuvole blande come cani stanchi, e mi dicesti
ma della pioggia c'è solo l'odore.
da mesi ormai, da secoli ormai
e le gocce scavano le frane, le frane dei nostri giorni passati, cumuli di detriti e impressioni sabbiose ai notri piedi.
benzina a pennellate sull'asfalto, segna la strada da centochilometri, ma tu nullla, non mi vedi arrivare.
ti girasti di scatto verso il finestrino, gli occhi al cielo. s'accumulavano sopra di noi nuvole blande come cani stanchi, e mi dicesti
ma della pioggia c'è solo l'odore.
mercoledì 25 giugno 2008
sarà stato come non vivere un giorno
piangeremo tutto in una volta. e le lacrime rimarranno in aria sospese fino a saturarla, come appese ad una ragnatela d'umidità polareartica e fumi di scarico. terse nel sole freddissimo. acuminate come un siminoresettima da un fender valvolare. sarà in un attimo che diventeranno giallo pallido, milioni di gocce di limone a farci bruciare i tagli microscopici sotto i piedi sul ventre sulle parole che stringiamo tra i denti.
precipiteranno tutte in una volta. sarà lì che tenteremo di coprirci gli occhi con l'avambraccio. imploderà nello stomaco l'attesa. l'anima alla gola. il battito calciato via. le vene in fermoimmagine. a immaginare gli schizzi citricoacidi.
e cosa importa che accadrà dopo, cosa-vuoi-che-importi.
al massimo
dici tu
sarà stato
sarà stato come
ma che cosa mai vuoi che importi
dormivi così bene che mi dispiaceva svegliarti. con tutta la paura che ho di addormentarmi accanto a te. ti ho tolto le scarpe e ho parlato di te alla notte e al cielo traforato di stelle fino a farli arrossire e dileguarsi.
precipiteranno tutte in una volta. sarà lì che tenteremo di coprirci gli occhi con l'avambraccio. imploderà nello stomaco l'attesa. l'anima alla gola. il battito calciato via. le vene in fermoimmagine. a immaginare gli schizzi citricoacidi.
e cosa importa che accadrà dopo, cosa-vuoi-che-importi.
al massimo
dici tu
sarà stato
sarà stato come
ma che cosa mai vuoi che importi
dormivi così bene che mi dispiaceva svegliarti. con tutta la paura che ho di addormentarmi accanto a te. ti ho tolto le scarpe e ho parlato di te alla notte e al cielo traforato di stelle fino a farli arrossire e dileguarsi.
martedì 24 giugno 2008
"le grandi gelaterie di lamponi che fumano lente"
col vento che si fuma i nostri giornie ne trascina le cicche svogliato in rantoli di foglie stinte e di polvere sfinita dal caldo. che ci sfiata il fumo in faccia e c'ingrigisce le narici, la gola, lo sguardo,, e c'impiglia fra le ciglia i granelli catramosi dei ricordi caduti dal pacchetto. distributori automatici per tutte le ore di luce in più che ci servono. grandi campi fertili in cui sputare le ossa delle giornate spolpate, sperando che attecchiscano, e che poi ne cresca qualcosa, che magari si possa fumare. Grandi spazzolini e filo interdentale per lavare e scrostare via le disillusioni le attese recise e tutte le sospensioni prima che c'intacchino lo smalto dei denti.
mangiavamo chili di cocomero con i cucchiaini di plastica e lasciavamo sulla piazza laghi rosa pieni di semi, e con le bucce ci hai fatto un paio d'occhiali da sole.
mangiavamo chili di cocomero con i cucchiaini di plastica e lasciavamo sulla piazza laghi rosa pieni di semi, e con le bucce ci hai fatto un paio d'occhiali da sole.
venerdì 13 giugno 2008
puoi colpirmi quante volte vuoi
Caroline says, as she gets up off the floor
why is that you beat me
it isnt any fun?
Caroline says, as she makes up her eyes
you ought to learn more about yourself
think more than just i
But shes not afraid to die, all her friends call her alaska. When she takes speed, they laugh and ask her what is in her mind.
what is in her mind
Caroline says, as she gets up from the floor
you can hit me all you want to
but I dont love you anymore
Caroline says, while biting her lip
life is meant to be more than this
and this is a bum trip.
But shes not afraid to die.
She put her fist through the window pane, it was such a funny feeling.
Its so cold in alaska
why is that you beat me
it isnt any fun?
Caroline says, as she makes up her eyes
you ought to learn more about yourself
think more than just i
But shes not afraid to die, all her friends call her alaska. When she takes speed, they laugh and ask her what is in her mind.
what is in her mind
Caroline says, as she gets up from the floor
you can hit me all you want to
but I dont love you anymore
Caroline says, while biting her lip
life is meant to be more than this
and this is a bum trip.
But shes not afraid to die.
She put her fist through the window pane, it was such a funny feeling.
Its so cold in alaska
mercoledì 11 giugno 2008
di quando Burroughs arrivò alla fine delle parole pt1
con gli occhi appannati te ne stavi chino su un foglio ingiallito ad alitare parole pesanti mentre il respiro della luce si faceva più roco e si affievoliva. ti portarono un bicchiere consunto colmo di un liquido ambrato che bevesti d'un sorso. e la luce continuava a tossire a sputacchiare a consumarsi. qualcuno fece cadere un bicchiere. il clangore gelò il pianista. le dita si fermarono. ti alzasti. sul foglio scrivesti solo "che a ciascuno sia permesso di vedere cosa c'è in cima alla propria forchetta"
martedì 3 giugno 2008
i morti per nebbia
si vedeva da come si mordeva il labbro inferiore che non sapeva se augurarsi di incontrarti oppure no, ma
intanto si trascinava malconcio come un avanzo di nebbia tra i fasci di luce polverosi dei fari delle macchine che gli ronzavano a fianco.
poi all'angolo sei sbucata tu, inesorabile, e lui è rimasto a bocca aperta, col labbro che ormai gli sanguinava. Che si era tagliato i capelli per eliminare ogni traccia di te, che sarebbe anche sgusciato via dalla propria pelle se solo avesse potuto servire a qualcosa ma invece no
eri di nuovo lì a recidergli il fiato a fargli suicidare in massa i globuli rossi, a sfregargli con lo sguardo la pelle, che era buccia di limone, che era lamiera rovente.
lui che
era un mulinello di polvere,
che
avresti potuto dileguare con un soffio,
con la distrazione di uno starnuto.
e quando ti ha chiesto con voce franta
“come hai potuto trovarmi come
hai potuto riconoscermi”
tu gli hai risposto con la coda dell'occhio
“ti ho sentito arrivare
non potevo non riconoscere il rumore del tuo camminare
poteva essere solo tuo il passo
il passo leggero dei sopravvissuti”
intanto si trascinava malconcio come un avanzo di nebbia tra i fasci di luce polverosi dei fari delle macchine che gli ronzavano a fianco.
poi all'angolo sei sbucata tu, inesorabile, e lui è rimasto a bocca aperta, col labbro che ormai gli sanguinava. Che si era tagliato i capelli per eliminare ogni traccia di te, che sarebbe anche sgusciato via dalla propria pelle se solo avesse potuto servire a qualcosa ma invece no
eri di nuovo lì a recidergli il fiato a fargli suicidare in massa i globuli rossi, a sfregargli con lo sguardo la pelle, che era buccia di limone, che era lamiera rovente.
lui che
era un mulinello di polvere,
che
avresti potuto dileguare con un soffio,
con la distrazione di uno starnuto.
e quando ti ha chiesto con voce franta
“come hai potuto trovarmi come
hai potuto riconoscermi”
tu gli hai risposto con la coda dell'occhio
“ti ho sentito arrivare
non potevo non riconoscere il rumore del tuo camminare
poteva essere solo tuo il passo
il passo leggero dei sopravvissuti”
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